Studio Severoni | Disagio e adolescenza: naturale binomio
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Disagio e adolescenza: naturale binomio

La  primavera è la stagione  della rinascita, della speranza, della vita, ed per questo che la primavera può essere paragonata al periodo dell’adolescenza e come questa nelle belle giornate di sole l’animo è sereno dando il piacere di vivere, al contrario, nelle giornate uggiose e buie, l’animo è triste  e apatico, così accade nel mondo interiore dei ragazzi.

Entrando nel merito: ai desideri, entusiasmi, sogni e avventura (giornate di sole), si contrappongono paure, ansie e incertezze del proprio futuro giornate uggiose. E’ l’età più difficile e complessa  del nostro cammino della vita, è l’età dove il mondo degli adulti è visto con sospetto e spesso rifiutato, perché è un mondo che detta regole e comportamenti, che o vengono accettati con ritrosia o contestati e rifiutati..

Ciò succede perché il mondo degli adulti, non è in grado di ascoltare e  di avere comportamenti adeguati che possano rassicurare e rasserenare i ragazzi. E’ l’età dove la crisi esistenziale è fisiologica, tutti l’abbiamo vissuta e tutti sono destinati a viverla), una crisi dovuta ai propri vissuti  sociali (ambientali) e psicologici, con le loro contrarietà e ambivalenze.

E’ l’età dei bisogni, sogni, desideri, accompagnati dal rifiuto del mondo adulto; e tutto questo si intreccia all’ interno del mondo immaginario dell’adolescente. Mondo interiore che determina atteggiamenti e comportamenti fuori dalle righe, in quanto imprevedibili e spesso assurdi. E’ in questa fase che, gli “adulti” devono essere in grado di ascoltare i loro bisogni e le loro richieste di aiuto, per dare loro risposte adeguate, serenità e sicurezza.

Ci sono studiosi che implicano il disagio degli adolescenti alla frammentazione delle famiglie,  separazioni, divorzi  e alle nuove tipologie di famiglia. A tale proposito L. Cancrini (1999) scrive “nella famiglia ciascuno è portato a rappresentarsi come se stesso e non come attore in un gruppo”, ciò vuole dire che si è passati dal noi all’’io.

La famiglia è l’ultimo ricettacolo dell’identità personale e per questo non morirà mai. Siamo in una società tecnologizzata, piena soltanto di regole, dove si è buoni o cattivi esecutori del proprio compito e basta. L’artigiano del cinquecento vedeva nella sua opera ciò che lui era. Con le regole di produzione di oggi no. La famiglia diventa la riserva, come le riserve indiane, dove si estrinseca ciò che si è.  Tutto quello che non può essere diluito nel sociale si scarica lì  [__]. I genitori sono soli, non confortati da valori sociali, con figli pieni di sollecitazioni. La gente fa meno figli, perché ha capito che è difficile educare. Come si può educare senza obiettivi, in una società dove l’adolescenza si protrae fino a trent’anni  e non c’è un impianto sull’avvenire? Ci sono energie senza obiettivo, da qualche parte devono andare e vanno in devianza” L. Galiberti (1992).

Quanto su scritto, porta alla conclusione che da parte degli adulti, ci vuole più attenzione per riconoscere il muto aiuto che i ragazzi ci chiedono e una maggiore attenzione nel creare una relazione sincera, leale e concreta, che ponga al centro il concetto di persona, in quanto l’adolescente è un individuo con i propri bisogni e aspettative, con tutte le potenzialità di un adulto.

Non basta parlare con loro di sport, vedere un film insieme o raccontarsi barzellette, ma è necessario relazionarsi sugli aspetti della vita sociale, dei valori e degli obiettivi che si vogliono raggiungere consigliandoli, ma soprattutto ascoltandoli. Gli adolescenti vogliono essere ascoltati per esprimere non solo i loro bisogni, ma per avere un aiuto ad  impegnarsi e spendersi senza riserve per le loro aspettative. La relazione è qualcosa di vivo che appassiona e che coinvolge le emozioni, le quali permettono di superare la superficialità e l’indifferenza, che spesso le convenzioni sociali e l’individualismo avvolgono le relazioni tra persone.

Premesso che la messa in moto della relazione  deve partire dall’adulto, è necessario comprendere che questo può succedere solo se la comunicazione ha come base la parità tra le due parti. Ciò non significa stabilire tra l’adolescente e il genitore una relazione tra amici, (gli “amici” i giovani se li scelgono da soli), ma con reciproco rispetto.

A volte basta un sorriso, una gratificazione, un gesto per accendere l’interruttore della comunicazione. L’ azione più importante da parte dell’adulto, deve essere il desiderio di entrare in contatto e di capire, ovvero di abbattere il muro di silenzio e dell’indifferenza per uscire dai propri egoismi. Per potere agire come suddetto è necessario superare  le carenze affettive spesso inconsapevoli, di chi, come molti genitori di oggi, impegnati a mantenere il benessere economico e a pensare che basti solo elargire beni materiali.

Per quanto esposto, l’importante è ascoltare senza pretendere di avere sempre le risposte già belle e confezionate, di voler forzatamente plasmare Il proprio figlio/a  a propria immagine, ma essere capaci di valutare le reali esigenze che il ragazzo/a comunica, per avviare un rapporto che generi una relazione  di valori   ricca di significati. Ad esempio, un comportamento virtuoso da parte dell’adulto, può essere quel punto di riferimento e quel modello, che altrimenti viene cercato altrove.

Una relazione così strutturata, può durare tutta la vita con i genitori, con i nonni, con alcuni parenti, per molti anni con amici, nel posto di lavoro, con i propri insegnanti ecc., ovvero con tutte quelle persone che hanno contribuito alla crescita e che hanno lasciato uno speciale ricordo di sé.

Il disagio giovanile appare come una situazione diffusa, una condizione di difficoltà a crescere che investe la totalità dei giovani e tende a confondersi con la cosi detta “normalità”. Questo significa che il disagio giovanile non deve essere inteso come uno stato, ma bensì un processo, di crescita tra le difficoltà, che deve essere gestito mettendo a frutto le proprie risorse e le opportunità offerte  dall’ambiente.

Facendo riferimento al processo di crescita, la studiosa M. Cavallo (2002), pone attenzione su una serie di processi evolutivi che possono far degenerare il disagio, in devianza e peggio ancora in delinquenza. Il pensiero della citata studiosa è il seguente “ i processi di base secondo i quali si producono il disagio, la devianza e la delinquenza nel mondo  giovanile sono molto complessi, perché vi concorrono molteplici fattori, di ordine  sociale e psicologico, variamente interagenti tra loro”.

La stessa  elabora un modello costituito da quattro strati concentrici

Lo strato verde è costituito dai giovani normali, lo  strato giallo è costituito da giovani che provano un senso di disagio, lo strato arancione da giovani che dal disagio sono passati ad atti devianti che non si configurano ancora come reati e infine lo strato rosso rappresenta  quei giovani che sono passati alla delinquenza. Per evitare passaggi dallo strato verde a quelli arancione e rosso, si deve fare attenzione a quei sintomi o meglio ancora a quei segnali di allarme che l’adolescente presenta sia in casa, sia a scuola.

I più comuni sintomi del disagio possono essere così riassunti:

       Sensi di colpa

Tristezza – Pianto

Noia

Stanchezza – Apatia

Mancanza di progetti

Insonnia – Dormire spesso

Scritti e disegni con allusione  alla morte

Aggressività – Mutismo

Malesseri fisici

Aumento o diminuzione dell’appetito

Abbandono delle relazioni sociali

Peggioramento del rendimento a scuola


 

Come già scritto, il disagio dell’adolescente è un passaggio dell’età evolutiva di ordine fisiologico, ma è anche vero che alcuni fattori intervengono a modificare l’evoluzione normale determinando così comportamenti a rischio, se non vengono presi in considerazione i seguenti fattori d’allarme.

1. Fattore socio – ambientale

La marginalità sociale che comporta alcune variabili: economica, culturale e sociale. La precarietà economica quale, condizioni abitative suburbane, spazi fatiscenti, disoccupazione, mancanza di luoghi  per aggregazione, determinano nel contesto familiare, preoccupazione e ansia, che spesso modificano le normali dinamiche relazionali tramutandole in dinamiche aggressive.

La diversità culturale che non solo provoca emrginazione, ma produce frustrazione e aggressività. I processi di socializzazione e identificazione, sono sempre più difficili. Questo è dovuto al fatto che essendo la nostra una società complessa, i punti di riferimento si modificano velocemente: il fare predomina sul pensare, l’avere sull’essere, l’egoismo  personale sulla qualità delle relazioni.

2. Fattori relazionali e psicologici

Passare dall’adolescenza all’età adulta , comporta sempre una sofferenza psichica, come risultato di una lotta tra desiderio di andare avanti e quello di rimanere giovani.

3. Fattori educativi – affettivi

La solitudine dell’adolescente, nasce dall’allenamento dei rapporti educativi, sia per una scarsa relazione con il mondo degli adulti, sia per una scarsa relazione con il mondo degli adulti, sia per la frequente conflittualità generazionale.