Studio Severoni | Il conflitto è un segno doppio
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Il conflitto è un segno doppio

Quante volte lo diciamo e lo sentiamo dire, in diverse situazioni e in diversi modi modi senza accorgercene o in piena consapevolezza: quante volte lo subiamo, mentre non vorremmo affatto che la diversità di opinione fosse posta in termini così drastici, mentre eravamo andati in cerca del dialogo; quante volte lo rilanciamo come accettazione della sfida, dovunque questa conduca. E qualcosa si spezza dentro di noi. 

Una mappatura del conflitto nei vari ambiti ( sociale, familiare, lavorativo ecc.), ci farebbe  accorgere in concreto, della vastità e della vicinanza del fenomeno,  perchè così lo si oggettiverebbe, gli si darebbe rilievo, così si metterebbero in evidenza i motivi occasionali che più frequentemente lo determinano, le modalità in cui solitamente lo si gestisce, nonchè gli effetti, le conclusioni a cui esso conduce.

Tale consapevolezza, a sua volta, costituirebbe già di per sé un volano del cambiamento, un elemento propulsivo nella ricerca di ipotesi comportamentali diverse.

Quando si vive un conflitto con se stessi o con altri, grave non è  tanto il contrasto,  quanto  il non occuparsene in modo cosciente, ovvero la soluzione apparentemente ragionevole che gli si dà.

In tal caso, spesso si verifica un rafforzamento dei problemi, anzichè una soluzione: si evita di parlarsi, si lascia decidere al tribunale, ecc.

Il conflitto è un segno doppio: indica la voglia di esserci, di avere il proprio ruolo, di difendere una personale posizione, quindi, di esprimere se stessi. Ma anche la difficoltà di gestire la diversità.

Per salvaguardare il primo aspetto, positivo, e non soffocarlo, occorre  guardare il secondo. L’esperienza straniera , anglosassone  e internazionale, fa riflettere sul danno di non prendersi adeguata cura del conflitto, di risolverne solo gli aspetti esteriori, i motivi oggettivi. E’  fondamentale parlare del conflitto, al fine  di riconoscerne le componenti emotive che sono alla base  di esso.    La soluzione radicale, può avvenire  partendo  dal  riconoscimento emotivo.

Mi piace ricordare come principio inderogabile,  che non si possa fare a meno di sapere, che certe cose ci convengono ed altre no; che certe cose si possono imparare, ma che si vive lo stesso senza sapere nulla delle  tecnologie o scienze, perfino senza sapere leggere o scrivere o,  con pochi soldi e pochi divertimenti. Si vive peggio ma si vive.

Ci sono poi cose, che bisogna conoscere per forza. Come per i primi pensatori greci, così per noi, imparare a vivere, diventare dunque sapienti nel relazionarci con gli altri è, qualcosa di essenziale. E’ la condizione per essere etici.

Seneca  in una delle lettere a Lucillo: “Non dobbiamo cercare di vivere a lungo, ma di vivere bene, giacchè il vivere a lungo dipende dal destino, il vivere bene dall’animo”

In conclusione, siamo noi  i comandanti, i conflitti sono la nostra tempesta. Eventi  delicati che ci chiedono di fermarci e scegliere , capire che direzione sia bene prendere.

Spesso, nella conflittualità, si perde la consapevolezza dei nostri limiti, peggio ancora la capacità di superare il nostro orgoglio ferito.